Diario di un ventaglio, racconto de ida y vuelta

Perché volevo ballare flamenco a la Habana? Non lo so esattamente, ho viaggiato molte volte a Cuba, viaggi subacquei, visitando posti incredibili in una natura di esuberante bellezza. Per me Cuba vuole dire questo: bellezza, incontri, la festa e le risate, l’amicizia.
Ho sempre portato con me gente speciale ai miei occhi e questa volta nel mio spirito avventuriero era nata l’idea di viaggiare con le mie compagne di flamenco, e con la mia insegnante preferita Francesca, così comunicativa nel ballo, così riservata nella vita.
Gente speciale, gente che ho voglia di vedere felice, e con chi ho voglia di gioire. Oppure chissà se a sentire tante volte “vai ancora a Cuba?” seguito da “Fai ancora flamenco?” le due idee non si sono unite e così ho potuto rispondere “Sì vado ancora a Cuba …a ballare flamenco “. Lo sguardo sconcertato degli altri è sempre lo stesso.
Circa 2 anni dopo aver scritto il progetto “Cuba Italia compartir flamenco” con tanto di fervore notturno, il mio sogno è diventato realtà. Una logistica complessa da gestire per chi ne ha l’incombenza, innanzitutto per l’impressionante numero di partecipanti, con l’aggravante delle comunicazioni difficili, con mille trappole, dai visti culturali che non arrivano e poi arrivano sbagliati, compreso il mio dove mi chiamo Sofia Rabel cittadina italiana, a l’incognita assoluta fino a pochi giorni dalla partenza sulla possibilità di un’esibizione a teatro. Ma di questo non mi occupo, e comunque l’euforia di partire cancella tutte le mie ansie. “Intercambio cultural” un modo nuovo e entusiasmante di viaggiare!
E poi c’è la guarija da ballare, quella che dovrei conoscere molto bene, ma arricchita da sofisticate acrobazie con il ventaglio che mi tolgono ogni riferimento sulla musica, una complicazione che azzera la mia possibilità di ballare esprimendo altro che la confusione della mia mente e, accessoriamente, mi provoca una tremenda infiammazione invalidante del menisco. Lo so, la cosa non si può spiegare dalla scienza.
Il gruppo è costituito al 80% da persone che non conosco, e chissà se ho voglia di gioire con loro e loro con me! Ma poi ognuno ha vissuto il suo soggiorno personale, ognuno pagando il suo viaggio e sacrificando le proprie ferie,nel concreto insieme 4 giorni per ballare e poi ognuno ad inseguire i suoi cocktails preferiti! olé!
In 4 giorni, i nostri corrispondenti, giovani cubani della scuola Alejo Carpentier hanno imparato le 4 sevillane. E non solo, hanno trovato una loro interpretazione, ed era bellissimo vederli aprirsi al flamenco, con i suoi codici, i suoi ritmi, e sentire l’onda forte della vocazione, la voglia incontenibile di ballare, l’energia, il talento. E se il nostro passaggio avesse creato in uno di loro una voglia di diventare ballerino di flamenco…? E come mai non c’è nessuna cattedra di flamenco nel percorso istituzionale, la domanda l’ho rivolto a chi voleva sentire. Effetto ventaglio, …. Ahi ragazzi come siete belli, come meritate il meglio e di realizzare i vostri sogni!
Noi amatori, il gruppone questo sconosciuto, siamo stati a lezione di flamenco con la bravissima Anarosa, così comunicativa nel ballo, così riservata nella vita. E le sue ballerine, di una dolcezza e gentilezza unica. Grazie per essere venute con il cuore in mano a confrontarvi con noi, sì abbiamo più o meno il doppio dei vostri anni, e sì, balliamo lo stesso. Chissà che cosa ne avete pensato in fondo? Qualcuno davvero ha detto che siamo solo un gruppo di donne viziate che viaggia sperperando soldi? Allora l’assenza di empatia e di sensibilità non è il privilegio dell ‘Europa ? Certo! perché no.
Il pomeriggio, grazie alla direttrice della scuola Yoyi, ci sono proposte lezioni di iniziazione ad alcuni balli cubani, cioè afrocubani. Momenti rilassanti e di gioia, di sfogo fisico, con il caldo, i sorrisi, e la voglia di ballare. Quanto è bella questa scuola, con le sue persiane che lasciano entrare la luce e il vento. Brulicante di bambini che studiano tutti i balli possibili, con il pianoforte per il classico, le percussioni per i balli folcloristici. Le maestre sembrano divertite, e sono così diverse tra loro, bellissime, hanno in comune la forza femminile e la grazia, un’energia coinvolgente, e il ritmo che scorre nelle vene. Penso Cuba dovrebbe essere la patria del flamenco.
Dei cubani non conoscevo l’impegno delle istituzioni, concreto, quotidiano, per diffondere l’apprendimento del arte. Anche visitando l’ISA, conoscendo Lizenia, abbiamo toccato con mano cosa significa mettere l’arte al centro della vita, l’arte come diritto supremo. L’arte come continuità tra le generazioni. L’arte al centro del sistema sanitario. Antonietta ve ne potrebbe parlare a lungo. Non per niente e malgrado tutto, nascono e crescono a Cuba incredibili artisti. Il naturale talento viene coltivato, tutti si possono avvicinare a tutte le discipline, e così le vocazioni possono nascere, sono incoraggiate, sono spinte in avanti, perché sopra ogni aspirazione professionale, c’è quella di essere artista. Spesso abbiamo percepito una grande voglia di intercambio, come un arricchimento, come un’apertura, che diventa anche una necessità e un ‘urgenza contro l’embargo, una cosa non scontata ne banale, un grande valore umano. Voglio esserne testimone.
Mi stupisce negli amici cubani la voglia di parlare, di dibattere, di confrontarsi, discussioni approfondite e di gruppo. Ho un ricordo preciso del dialogo con il critico d’arte Emanuel Gil per esempio, a l’ombra di giganteschi alberi nel parco del ISA, un momento di riflessione intensa, una cosa che non facciamo mai a casa, correndo dietro le mille priorità della vita. Parlare, ascoltare, con il canto degli uccellini e la brisa del mar, sgranocchiando banane fritte.
In una galleria d’arte, passeggiando per la bellissima Matanzas dove il nostro amico Haldem insegna il flamenco, incontro casualmente un’artista contemporanea: Davanti alle creazioni audaci e monumentali, mi sento di rischiare una domanda sulla libertà di creazione. Ma lei non si tira indietro, mi spiega che compra la materia prima dallo stato e può vendere le sue opere liberamente. Mi chiede invece quanto sono liberi gli artisti in Europa, alle prese con le difficoltà finanziarie e la legge del mercato? Mi chiede cosa penso delle censure religiose …e un lungo silenzio mi invade. Sorrido, penso di avere ragione in fondo ma non rispondo, si spostano un po’ di blocchi di certezze e intravedo il vuoto. Esperimento l’autocensura. Ma a sorpresa ecco che in piazza le allievi di Haldem realizzano uno spettacolo tutto per noi. Con i loro ventagli nuovi e i vestiti cangianti, dalle più piccole fino alle più grandi, tutte bambine e ragazze piene di gioia di ballare. Esplode una meraviglia di colori, con fiori e sorrisi, e davanti a tanta bellezza, mi sento privilegiata, emozionata fino alle lacrime.
A la Habana nel quartiere los sitios siamo invitate a scoprire il lavoro del centro “a Compas flamenco” progetto ambizioso di integrazione sociale tramite la danza della nostra amica keralia. “La cultura se sitúa como variable colateral en una triple vertiente: factor de cohesión social, factor de diálogo entre las familias y generadora de desarrollo socio-cultural “. Siamo sedute su delle piccole sedie spalle al muro e assistiamo a una lezione di un livello altissimo. Le piccole allievi bruciano letteralmente il pavimento con un’esibizione folgorante, un susseguirsi di manton, nacchere, ventagli, bastoni… incredibilmente forti, precise, abitate da una passione palpabile. Le coreografie sono complesse e loro si spostano, si incrociano con una precisione perfetta. Improvvisamente sulle facce imbronciate “superflamenche” spunta un sorriso caraibico e vediamo che queste grandi artiste sono solo bambine, adorabili bambine da abbracciare forte. Mai visto così tanta energia in uno spazio così esiguo!
Beh, dopo tanta virtuosità, dovremmo ballare anche noi, alle fine saliremo sul prestigioso palco del Teatro America. Le gambe tremano e il mio menisco unto da creme miracolose avverte che forse era meglio prevedere una controfigura.
http://www.ahs.cu/el-flamenco-como-forma-de-vida-y-dar-vida/
http://galeriatallerlolo.com/
https://www.facebook.com/haldem.lopezbarrera
http://comunidadgetafemedia.es/onda-vecinal/a-compas-flamenco-labor-social-y-comunitaria-en-cuba-con...

Il 14 novembre, come in un miracolo, eccoci al teatro America, bellissimo, con tecnici, ballerini e musicisti professionisti, platea gigante con soppalco e balconi, innumerevoli sedili a molla di colore bordeaux che datano degli anni 50, identici ai sedili delle macchine colorate che si vedono in città. Tira aria di storia e grandi successi, e ci sono i camerini e le luci! Ci sarà una ripresa video professionale dagli studenti della TV cubana. Un sipario enorme che si alza e noi, intimiditi, maldestri, mal assortiti, che non ci ricordiamo più niente, ed inizia a gonfiarsi il cuore in gola, il livello di emozione e di insicurezza è alto. Nelle quinte una grande finestra con le sbarre dà sulla strada e qui fuori c’è la povertà, la vediamo, innegabile, e dentro c’è un lusso che non ci è mai stato concesso: una possibilità di esibirci in un grande teatro dal vivo. Momenti di incertezza assoluta nella luce blu.
Una settimana prima si era esibita Carmen Consoli in questa sala, ci fanno notare con degno disgusto che i rappresentanti ufficiali e la comunità italiana invitata hanno lasciato a terra un gran porcile, bottiglie e lattine, imballaggi usa e getta. Si consuma e si getta, questo è molto tipico della nostra cultura. Se cultura è rimasta.
Lo spettacolo si è svolto alla velocità della luce, e noi dovevamo stare nei camerini al secondo piano. Sì, certo! e scendere due piani al buio con i tacchi quando sarebbe toccato a noi! No grazie! mi faccio piccola al piano terra dietro le quinte. Siamo tutti in silenzio al buio, vestiti, truccati, il fiato sospeso, ad intravedere chi è già nella luce. Sento l’enorme ovazione del pubblico per i compagni delle sevillane ed incrocio lo sguardo di Francesca, incredula e felice. Questo è il momento che aspettavamo! Inizia la Guarija sulle note emozionanti di Sergio! Brivido, ultimo sguardo terrorizzato di Anna, e mi butto in una grande confusione azionando il ventaglio come per cacciare spiriti maligni e per mia fortuna mi aggancio a Deliana, sicura e veloce, precisa e trascinante. Io, con l’adrenalina ai limiti consentiti dalla legge, rincorrendo la musica e il momento. In un cierre mi sorprendo ad annuire con la testa, complimentandomi per non essere semplicemente caduta a terra. E quando, con l’angolo dell’occhio, vedo schizzare in alto un ventaglio come un bellissimo razzo bianco, ho voglia di ridere e di lanciarlo anch’io. Sento qualcuno che mi chiama da dietro le quinte e mi giro per salutare. Non si fa! ma io sono una ballerina amatoriale già spettinata nel turbine di un esibizione grandiosa! Ad un certo punto, superate tutte le insidie degli spostamenti, il ventaglio è stretto nella mia mano sinistra e so confusamente che non ci dovrebbe essere, mobilitando ogni cellula del mio cervello, decido di non lanciarlo, ma invece di ferirmi, martirio del flamenco, piattandolo a crudo nel mio decolleté, ahi, que dolor, e poi e poi…finisco per uscire da questo palco troppo luminoso e troppo lungo, con un pizzico di lentezza come per rallentare ancora la moviola…. La mia occasione è già finita. Grazie, forse non la meritavo.
Qualche ora dopo, e qualche mojito in più, il gruppone si era sparpagliato in città e io mi deliziavo della vista sulla città dalla terrazza del hotel Inglaterra con un gruppo di amici nuovi, companeros qui e adesso nella mia personale avventura. Trasportati dal euforia maneggiavamo insieme i ventagli a colpo di olé! e cercavamo di convertire i ballerini di “casino” al flamenco, colossale impegno degno dei più grandi aficionados, come era audace l’impresa di quella notte. Prima di letteralmente crollare dalle risate.
Che notte! grazie a tutti davvero per aver reso questa incredibile serata possibile!
Qualcuno pensa che non rendiamo giustizia alla grande arte del flamenco con la nostra pratica amatoriale? Ma uno spettatore che non ha mai lottato con un ventaglio, con una sequenza di piedi, non può apprezzare come noi la grandezza di certe bravure sul palco. Siamo noi il grande e fedele pubblico! presenti anche con il sorriso! Disarmanti di freschezza su ogni scoperta dei segreti del flamenco. Perché ci vuole una grande autoderisione e una grande umiltà per ammettere che del flamenco non sapremo mai nulla, ma lo sappiamo e ne vogliamo ancora! Facendo anche noi entrare un po’ di questa arte preziosa nelle nostre vite, ricollegandoci, risvolto magico, alla meravigliosa gioventù cubana che invece lo rivendica come un diritto assoluto e la promessa di una vita migliore.
Viva il flamenco, Viva Cuba!

Sophie RAVEL