Incontro con una creazione, Olga Pericet, Carmen Amaya, Mont de Marsan

17h00 il 07 luglio a teatro, siamo invitate ad assistere a una piccola rappresentazione molto speciale, Olga Pericet presenta una bozza di lavoro coreografico su richiesta del festival di Mont de Marsan. Un lavoro in corso d'opera dopo tre giorni di residence artistica dal futuro titolo "un corpo infinito”. Al nostro arrivo a teatro, già con tono sotto voce e senso della confidenzialità una volontaria del festival ci spiega che a fine spettacolo l’artista vorrebbe avere uno scambio con noi, e di rimanere per esprimere le nostre impressioni. Ci installiamo nelle poltrone con rispetto e curiosità. C’è un atmosfera di comunione e di grande attenzione.

Lo “show” inizia con filmati di Carmen Amaya in bianco nero, immagini già viste su internet ma su grande schermo sembrano nuove. Una speaker americana tipica anni 40, pettinata e truccata come un attrice di Hollywood, liscia e perfetta, annuncia la ballerina, come si faceva al epoca: una novità, che arriva dalla spagna. E poi Carmen Amaya, in pantaloni bianchi con vita alta. Già brutale la sua presenza scenica per contrasto con la presentatrice. Non guarda la telecamera e balla. Sembra in un ristorante o un cabaret. Il pubblico è costituito sembra di soli uomini, in giacca e cravatta. Immobili davanti a finti aperitivi. I musicisti sembrano parte del allestimento e si sente lontano qualche jaleo e palmas. Una messa in scena molto statica che fa risaltare la potenza del ballo di Carmen Amaya, moderna, selvaggia.

 

Perché ci parla Carmen? perché balla aldilà dei limiti, dei canoni della sua epoca, senza freni, per virtuosità, perché sa quello che ha da dire e non importa questo contesto cosi fittizio, si vede l’originalità del suo muovere, del suo carattere, la forza del ballo che rovescia tutto. Inconfondibile. E si capisce anche perché a l’epoca creava scompiglio. La sensualità quasi animale e la libertà della ballerina esplodono come un fenomeno. Lei osa, e sicuramente il pudore di allora se ne trovava spostato, i censori inorriditi e gli spettatori rimanevano affascinati. Morbosamente mi sembra. Insidiosamente. Il palco offerto è per un esibizione come al circo. Tutto il contrario di quello che si vuole vivere oggi, dove il pubblico partecipa e condivide, dove noi siamo parte del processo creativo.

 Guardo queste immagini come per la prima volta, mi creano disagio, capisco che il ricordo di Carmen Amaya in me è una cartolina di finzione, un icona di falbala. Accanto a Josefine Baker. Le immagini si sovrappongono nel mio immaginario. Revue nègre. Carmen il fenomeno da baraccone.

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Poi appare sulla scena Olga Pericet, minuta e vestita di bianco, con questi stessi pantaloni a vita alta e giacchetto. Ha gli occhi persi di chi barcolla nel buio. Evidente che le due immagini sovrapposte ci invitano a identificare le due figure. Eppure non balla veramente, piuttosto si sposta in una successione di scatti, di pantomima, come una bambola meccanica. Ci sono percussioni invadenti. E poi non mi ricordo niente, come in un risveglio a un certo punto vedo Olga che sta ballando con forza e ironia, libera e sorridente, scambiando con musicisti e cantanti, ecco il garrotin e i suoi passaggi mitici, che ha preso forma e vita in questo momento. E allora sento che ha preso corpo Carmen Amaya, ecco il ballo crudo vitale e virtuoso. Ecco lo sguardo vivo e diretto che non c’era nel filmato. Ho voglia di vederla spettinarsi come nel filmato. Ho voglia di entrare nel jaleo. Ho voglia che non si fermi mai.

Lo show finisce con un immagine in ombra, sottolineando che tutto questo è un solo un gioco di immagini e ombre, confondendo lo spettatore tra memoria, immaginario e presente.

 Davanti al sipario chiuso, un uomo con microfono legge un suo brano, che parla di firmamento e luce, una poesia, esprime quello che lui ha visto nello spettacolo, la luce di una stella che arriva dal fondo del universo.

Applausi e ora ci sono due sedie sul palco per Olga Pericet seduta e stranamente serena con Sandrine Rabassa la direttrice artistica del festival  che spiega perché il festival ha scelto di dare questo “incarico” a Olga Pericet su Carmen Amaya.

C‘è sempre un atmosfera religiosa e intima. In me mille sensazioni che cerco di decriptare.

Tocca a noi parlare. La prima donna che prende la parola esprime la sua immensa commozione e ammirazione per Olga Pericet. C’è sempre un pubblico di ammiratori incondizionati.

C’è sempre un groviglio di pensieri nel mio cervello, cosa stiamo facendo? perché mi ha messo a disagio il filmato? Forse perché ieri ho provato sulla mia pelle l’inconsueto disagio del esibizione sul palco? Se abbiamo visto un bozza di lavoro, cosa ne possiamo dire? non abbiamo noi spettatori l’abitudine dalla perfezione del lavoro finito? Quello sul quale ci permetteremo di dire se ci è piaciuto o no? Cosa dire a questa artista che ho osato dire il cuore in mano: ecco il punto del mio lavoro cosa ne pensate?

Chiedo il microfono e cerco di spiegare le mie sensazioni, anche io in divenire e senza struttura, bozza di un pensiero. Solo per ringraziare questa artista si avere fatto un passo verso di me, anonimo pubblico. Olga mi guarda e si fa tradurre concentrata e focalizzata. Dice “ es muy curioso” e ci credo, ma non mi ricordo esattamente quello che ho detto. Gli altri prendono la parola, qualcuno parla di ombre e luci, qualcuno di Kabuki, qualcuna dichiara non sapere niente di Carmen Amaya ma che le è piaciuto.

Il pubblico è cosi, porta il suo immaginario e la sua sensibilità, sarà colto o ignorante, è materia viva che si nutre dello spettacolo e ci vede quello che vuole, prova le emozioni delle immagini e della musica che incontrano i ricordi e i pensieri del momento.

Olga Pericet spiega le sue intenzioni, che non vuole imitare Carmen Amaya, che vuole rispettare la sua memoria con affetto, come ci si ricorda di un parente scomparso. Dice di lavorare sul suo corpo, cerca di incarnare la muscolatura di Carmen. Dice che cerca di capire i suoi stessi ricordi, la velocità e la lentezza. Dice che vorrebbe ballare come se si fosse dimenticata il flamenco e ripartire da zero. Le sue parole sono sincere e importanti.

Dice che dialoga con lo spettro di Carmen Amaya.

Ora mi pare evidente che parliamo tutti di fantasmi, dei nostri fantasmi, di presenza onirica, di transe di incarnazione e possessione, di rinascita e di morte. E magia? sta accadendo davvero? C’è forse Fellini che ride dietro le quinte?

E già il momento di chiudere l’incontro.

Ringrazio le stelle di non avere sentito il discorso solito “es flamenco “o “no es flamenco” che ci avvilisce da parte di chi vuole tenersi stretto il flamenco e non offrirlo al mondo.

Usciamo felici testimoni di un momento unico, prezioso, formidabile.

Non un esibizione, non uno spettacolo. Una creazione.

Grazie a Sandrine Rabassa che lo ha pensato e voluto.

Grazie a Olga Pericet, immensa artista.

 

E ora che cosa facciamo con questo bagaglio? Testimoniare!

E poi andremo a vedere lo spettacolo “ un cuerpo infinito “  assolutamente a tutti i costi l’anno prossimo 2019 a Madrid .


Hasta pronto !

Sophie RAVEL

http://www.francescastocchi-flamenco.it/

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